Epoca Feudale
A pochi anni dalla fondazione del castello, la primitiva comunità collese dovette affrontare le ostilità che i titolari laici delle conteee limitrofe arrecavano continuamente ai castelli edificati dagli abati volturnensi, in seguito alla riorganizzazione del patrimonio fondiario della "Terra Sancti Vincentii".
Il "Chronicon Volturnense" ci informa che nell'anno 981 il conte Landolfo Greco di Isernia si impossessò illegalmente del castello di Colli e della sua "Ecclesia", intesa qui come parrocchia.
La "Terra Sancti Vincetii" (1715)
La stessa violenza il conte la estendeva contemporaneamente sui castelli e sulle chiese di Fornelli e di Valleporcina, località che con il territorio collese formavano una continuità territoriale sulla linea di confinazione che divideva i possedimenti monastici di San Vincenzo da quelli della contea di Isernia.
A causa di questa vicinanza territoriale, Landolfo Greco asseriva che i tre castelli erano ubicati all'interno della sua contea per cui gli riuscì facila sottrarli al monastero di San Vincenzo che gli aveva ereditati dalle donazioni principesche dei Duchi longobardi di Benevento.
Solo l'intervento dell'Imperatore Ottone II, dietro le proteste dell'abate Giovanni III, valse a risolvere la vertenza tra i due titolari che si concluse a favore dell'Abate Giovanni, Landolfo Greco, da parte sua, giurava non solo di restituire i castelli che aveva usurpato, impegnava, mediante una promessa scritta, a non molestare più in avvenire i legittimi proprietari.
Dopo queste vicende non tardarono a ripetersi atti di usurpazione.
Le ostilità più disastrose furono apportate ai castelli volturnensi dai Borrello, provenienti dalle vicine terre d'Abruzzo e qualificati dal "Chronicon Volturnense" come "sacrilegos tyrannos".
Questi si impossessarono del castello di Colli intorno all'anno 1050, tuttavia l'intervento del papa Nicola II convinse i Borrello a restituire i castelli usurpati al monastero volturnense.
Con l'avvento della dominazione angioina il castello di Colli passò ad essere amministrato da alcuni "milites" i quali erano tenuti a pagare un censuo annuo alla badia di San Vincenzo.
A questi periodi di lotte si aggiunsero anche calamità naturali.
Rudere di torre Angioina
Un violento terremoto avvenuto nell'anno 1349 e la peste dell'anno successivo distrusse e resedisabitato il castello di Colli e le terre fino ad allora abitate di Valleporcina e di San Paolo.
Anche il monastero di San Vincenzo subì numerosi danni, i monaci furono allora
costretti "pro reparatione monasterii" a vendere quasi tutti i castelli della valle del
Volturno a un certo Camillo Pandone il quale li ebbe sottratti da Antonio e Giovanni
Caldora che se ne impossessarono con violenza.
Il dominio di questa famiglia sul castello di Colli si protrasse fino all'anno 1451,
allorchè il conte di Venafro, Francesco Pandone, lo usurpò a Giacomo, erede di
Antonio Caldora.
Il conte Francesco riuscì ad entrare in pieno possesso del castello di Colli solamente dopo essergli stata riconosciuta l'approvazione da parte del papa Nicolò V su tutti i castelli volturnensi occupati.
Per questi tuttavia era tenuto a pagare un censuo annuo
di ottanta fiorini d'oro al monastero di San Vincenzo, antico
proprietario.
Nel 1457, Galeazzo ereditò dal padre Francesco il feudo di Colli, costui poiché non sosteneva la politica degli Aragonesi,
sostenitore invece degli Angioini, venne privato del castello collese
dal re Ferdinando D'Aragona.
Alla morte di Galeazzo, il castello di Colli e gli altri appartenuti al conte, divennero proprietà del demanio. Solo nell'anno 1479, con il conte Camillo, la famiglia Pandone tornò a dominare in Colli.
Infatti Camillo acquistò in quell'anno i castelli di Colli, le terre di Valleporcina, di San Paolo e di San Vito, tutte disabitate a causa della peste scoppiata qualche anno prima, la quale, con molta rapidità, decimò gli abitanti del castello.
Successore di Camillo nel governo di Colli e degli altri castelli volturnensi, fù Federico, barone di Cerro.
Uomo ambizioso, sognava di fondare una baronia con sede a Cerro con molti suffeutatari.
A questo scopo costituì suo suffeudatario il medico Bartolomeo Amodeo di Cava dei Tirreni, donandogli il feudo di Colli e quello disabitato di Valleporcina, alle condizioni di ricevere in offerta un paio di guanti alla ricorrenza annuale del Natale.
Bartolomeo Amodeo, insediatosi a Colli per esercitarvi pieno potere amministrativo per conto di Federico, diede origine alla estesa famiglia degli "Amodei", ancora oggi presente in Colli.
A parte le megalomanie di Federico che ben presto lo costrinsero a vendere tutti i castelli per cumulare i numerosi debiti contratti, si deve a lui, come giustamente osserva "il Morra", il ripopolamento e la rinascita economica delle terre dell'Alto Volturno, dove un secolo di guerre angioine, durazzesche e aragonesi, erano bastate a desolare tutto quanto i monaci di San Vincenzo avevano alacremente ricostruito dopo le invasioni saraceniche del nono secolo.
Con Federico Pandone si estingue la serie di titolari di casa Pandone nel castello
di Colli.
Il Barone nel 1525 retrocesse in vendita il castello collese con altri a Manfredino Bucca, anno 1525, fino alla eversione della feudalità avvenuta nel XIX secolo si susseguirono nel feudo di Colli altri titolari: i Riccio fino al 1570, i Greco di Isernia fino al 1648 ed infine i Carmignano che possedettero il feudo fino all'eversione della feudalità.
A tale epoca risale la erezione definitiva di Colli a libera "Universitas" governata da Sindaci e decurioni locali.
Le vicende canoniche della Parrocchia di Santa Maria Assunta vennero governate fin dalle sue origini dall'abbazia di San Vincenzo al Volturno.
Con la definitiva scomparsa dei monaci dal monastero, la parrocchia venne aggregata alla Diocesi di Montecassino fino al 1977, anno in cui la chiesa collese passò alle dipendenze della Diocesi di Isernia.
